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La bellezza salverà il mondo. Una grande verità.

Probabilmente Dostoevskij quando affermò che “la bellezza può salvare il mondo” non metteva in conto che il suo messaggio con il tempo avrebbe avuto una nuova interpretazione. Un grido di allarme si abbatte sui capolavori eterni, una protesta che prende di mira le opere d’arte, il Louvre di Parigi, la National Gallery a Londra, il  Museo del 900 a Milano, gli Uffizi a Firenze sono solo alcuni dei luoghi presi di d’assalto durante le recenti proteste per il clima. Just Stop Oil, Extincion Rebellion  sono invece i nomi di gruppi ambientalisti che usano torte, zuppe, vernici e colla per lanciare il loro messaggio di disperazione: “non c’è arte su un pianeta morto”. Considerate forme di protesta estrema, dai contenuti discutibili, istintivamente mi sorge una domanda: visto che l’arte ci appartiene alla stessa maniera del mondo in cui viviamo, considerandoli entrambi eterni, noi da che parte stiamo?

La definizione di museo cambia volto. Partiamo dai fondamentali per analizzare la protesta.

Da un paio di anni la definizione di museo cambia volto; a Praga una commissione di professionisti museali di tutto il mondo ha ridefinito il compito di questi luoghi , “i musei promuovono la diversità e la sostenibilità”. Cronologicamente è l’inizio di una protesta: zuppa per i Girasoli, poltiglia per Monet, colla su Vermer, martellate in un Velazquez, all’insegna di azioni immediate decise che suggeriscono un cambio di rotta alla crisi ambientale che stiamo vivendo. Dopo Greta Thunberg, una nuova chiave di lettura ha a che fare con il tema del tempo. Il principio della protesta è semplice: le opere d’arte non possono essere immortali, in quanto i cambiamenti prodotti dall’uomo inevitabilmente portano alla catastrofe ambientale quindi alla distruzione. Secondo gli ecoattivisti l’equazione per la sostenibilità è semplice ma i fattori sproporzionati; l’opera d’arte protetta dal vetro non equivale al nostro comportamento rispetto alle esigenze del pianeta. Tra chi difende l’operato dei gruppi ambientalisti spicca il nome di Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Lo stesso ha dichiarato che “chi considera eco vandali gli attivisti dovrebbe riflettere sul fatto che Venezia scomparirà sotto il mare e Roma avrà le stesse temperature di Marrakesh e, a quel punto, le tavole dipinte delle chiese si rovineranno in maniera definitiva”.

Forme di protesta discutibili, un’unica certezza: l’arte si conferma mezzo di comunicazione.

Ritengo che ad ogni modo il potere dell’arte, per un verso o per un altro, si sia sempre fatto strada, inconsapevolmente e a prescindere da tutto. L’arte farà sempre parlare di se, anche in questa circostanza in cui si evince la mancanza di un apparente logicità, l’arte viene associata ad una causa ecologista. La modalità ovviamente è discutibile, ma questo tipo di concetto di certo non viene lanciato da sprovveduti, anzi, ritengo dietro questo gesto, che ci sia una grande forza. Scegliere le opere di artisti straordinari per protestare rafforza l’idea dell’arte inquadrata come portatrice di messaggi universali e la sensibilità dei “vandali” nel colpire opere protette da vetri, al fine di evitare danni. Una giustificazione bislacca da parte degli eco-attivisti come tentativo di tutela, ma paradossalmente efficace alla salvaguardia delle opere d’arte stesse. Colpire senza colpire calamitando l’attenzione dei media. Tra gli oppositori più decisi a questo modo di manifestare, il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano che ha presentato al Senato un disegno di legge pronto ad inasprire le sanzioni per far pagare i costi degli interventi per chi distrugge, disperde, deteriora, deturpa, imbratta e usa in maniera illecita i beni culturali o paesaggistici” approvato il 23 novembre 2023.

Artisti contemporanei e tematiche ambientali uniti per la salvaguardia dell’ambiente.

Il mondo dell’arte e quello della sostenibilità ambientale non sono mai stati cosi vicini. Anche l’arte fa la sua parte, la street art ad esempio affronta tematiche legate all’ambiente e al surriscaldamento globale e non solo. Spesso i rifiuti stessi, emblema di un capitalismo feroce e fintamente all’avanguardia, da molti artisti vengono usati per creare delle opere di sustainable art, al fine di lanciare il messaggio di stop all’inquinamento. Il concetto è chiaro sia che l’arte venga inquadrata come oggetto di protesta; sia che l’arte faccia la sua parte nel mostrare emblematicamente, e come solo lei può fare, situazioni effetto del cambiamento climatico resta, comunque, in prima linea nella lotta ad un sistema che sta portando il mondo alla deriva, facendo riflettere le persone e ispirandole ad agire sulle questioni ambientali. Fino a che le nuove generazioni non otterranno le garanzie di un futuro migliore, dovremo fare i conti con queste provocazioni che, giuste o sbagliate che siano, contribuiscono a mettere in luce un problema purtroppo ormai radicato a livello globale.  Probabilmente a minacciare il patrimonio non sono le proteste di queste ragazzi ma la mancanza di consapevolezza che toglierà lo status di “eterno” ai nostri capolavori.

Written by Marco Favata

artista diplomato presso il liceo artistico E. Catalano di Palermo,affascinato da sempre dalle arti visive,

approfondisce le proprie conoscenze da autodidatta appassionandosi agli artisti del 900 e all’arte contemporanea.

Dopo aver viaggiato e vissuto in diverse città, è ritornato nella sua città dove lavora a diversi progetti artistici.

 

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